Quando sei di fronte a una classe, durante una lezione, arriva sempre un punto in cui capisci se stai parlando davvero a qualcuno oppure no. All’Istituto Alberghiero Duca di Buonvicino, quel momento non è arrivato mentre raccontavo il vino, ma quando ho smesso di farlo.
L’incontro si inseriva all’interno del progetto D-Vino promosso dall’Associazione Nazionale Le Donne del Vino, nell’ambito delle attività della delegazione campana.
Un contesto che, sulla carta, dovrebbe essere tra i più vicini a questo mondo: classi di un istituto tecnico, ragazzi tra i 17 e i 19 anni, cioè proprio nel momento in cui il vino potrebbe iniziare a diventare qualcosa di più di un oggetto osservato da fuori.
E invece la prima sensazione è stata un’altra, condivisa con Paola Licci che con me era impegnata in quella giornata di formazione.
Una distanza, non ostile ma evidente, come se il vino fosse già collocato altrove, fuori dal loro orizzonte.
Per questo, più che insistere sul racconto, abbiamo provato a spostare il piano, a creare uno spazio in cui potessero dire qualcosa loro, introducendo un questionario.
Un’idea che avevo avuto qualche giorno prima e che Gilda Guida, delegata regionale, ha sostenuto da subito, attivandosi anche con la dirigente scolastica per renderne possibile l’inserimento all’interno dell’incontro. Non una ricerca, non un’indagine, un modo semplice per raccogliere una percezione: 44 schede, tre classi, nient’altro.
Il paradosso è che è stato il momento più partecipato della mattinata. Dove la lezione faticava a tenere l’attenzione, la compilazione del questionario ha attivato tutti, c’era concentrazione, c’era tempo, ognuno ha trovato il proprio modo per rispondere, anche quando la risposta era minima.
In fondo, non è un dettaglio secondario, i ragazzi sono sempre meno abituati a esporsi direttamente, la comunicazione passa da spazi mediati, da uno schermo, da un tempo che consente di costruire una risposta. In quell’aula, un foglio ha funzionato allo stesso modo.
Le domande erano semplici: dove incontrano il vino, cosa rappresenta per loro, quanto lo sentono vicino, quali bevande percepiscono come più proprie della loro generazione. E poi, alla fine, uno spazio aperto: che immagine ti viene in mente quando pensi al vino? cosa lo rende diverso? come lo racconterebbe a un tuo coetaneo?
È lì che il “dialogo” si è fatto interessante. Accanto a risposte essenziali come “non lo so”, “niente”, “una bevanda alcolica”, sono comparse immagini con una forma.
“Una tavola con amici o famiglia, la domenica.”
“Un paesaggio.”
“Un modo per scoprire la cultura di un luogo.”
“Una cosa che richiede un contesto più calmo e riflessivo.”
Poche in verità ma presenti, accanto a molte altre che non lasciano spazio a interpretazioni: “non mi interessa”, “non lo racconterei”, “non ci ho mai fatto caso”.
In mezzo, il vino, presente come parola, ma non come esperienza condivisa, non per rifiuto, per distanza e forse anche per un problema di accesso. Questo non significa che servano questionari per riaprire il dialogo, quello che ha funzionato non è lo strumento, ma lo spazio che si è creato intorno.
Un tempo di decantazione, un modo per abbassare la soglia dell’esposizione e permettere alla parola di arrivare. Non è una scoperta, si dice da tempo che il vino deve imparare ad ascoltare di più, a osservare di più, a ridurre la propria autoreferenzialità. Ma quando lo vedi accadere, in modo così netto, smette di essere un principio e diventa un fatto, una conferma. La conferma che si può ripartire, non da ciò che il vino vuole raccontare di sé, ma dalla disponibilità all’ascolto di chi, fino ad oggi, ha parlato.







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