Le sale di Palazzo Ducale conservano una caratteristica particolare: costringono a misurare il presente con il tempo lungo della storia. Camminando tra gli affreschi e i grandi saloni che per secoli hanno ospitato il potere della Repubblica di Genova, il vino torna ad apparire per ciò che è sempre stato prima di diventare un mercato, una categoria merceologica o una statistica produttiva: un fatto culturale, una forma di relazione tra persone, paesaggi e memoria.
Che l’undicesima edizione di Mare&Mosto – Le Vigne Sospese abbia scelto proprio Genova e Palazzo Ducale per la sua nuova casa non è sembrato un dettaglio secondario. Per due giorni il vino è entrato in uno dei luoghi simbolo della storia cittadina e, quasi naturalmente, alcune conversazioni hanno finito per allontanarsi dal calice. Tra degustazioni, masterclass e approfondimenti dedicati alle denominazioni regionali, una domanda è tornata più volte, in forme diverse.
Chi continuerà a fare vino?
La questione è emersa nel corso dell’incontro “Generazioni a confronto: il futuro del vino nelle mani dei giovani”, moderato da Antonello Maietta, già presidente nazionale AIS. Non una riflessione teorica ma una testimonianza di chi la scelta di “restare” la sta vivendo oggi.
Linda Salvetti, dell’azienda Pietra del Focolare nei Colli di Luni, è salita sul palco accanto alla madre Laura. La loro presenza raccontava già molto prima delle parole. Il passaggio generazionale, in questo caso, non coincide con una consegna di testimone ma con una convivenza. Due generazioni che lavorano fianco a fianco, condividendo responsabilità, visione e quotidianità.

Il rapporto di Linda con il vino nasce nelle vendemmie dell’infanzia, nell’osservazione del lavoro dei genitori, nella familiarità con un paesaggio che ha accompagnato la sua crescita. Gli studi universitari l’hanno portata a interrogarsi sul rapporto tra vino, cultura e comunicazione, ma nel suo intervento il punto di approdo era un altro. La necessità di non ridurre il vino a una semplice questione di mercato e di ricordarne la dimensione culturale. Un patrimonio che richiede conoscenza dei luoghi, delle persone e delle storie che lo hanno costruito.
Quando prende la parola Federica Sala, dell’azienda Casa del Diavolo in Val Petronio, il ricordo del fratello Valerio resta costantemente presente. Non soltanto nelle parole. Anche nel modo in cui prova a raccontarlo. Gli occhi si riempiono più volte di lacrime e per qualche istante sembra che la voce possa fermarsi.

Valerio era un ingegnere aerospaziale. Aveva lasciato la Brianza per costruire, nell’entroterra ligure, una piccola azienda agricola di poco più di un ettaro. Dopo la sua scomparsa, Federica si è trovata davanti a una scelta che non aveva programmato. Fotografa e grafica di formazione, ha dovuto imparare un mestiere completamente nuovo. «Come tornare alle elementari», racconta. Nelle sue parole l’agricoltura appare come una scuola permanente: ogni stagione riapre domande, impone nuove conoscenze, mette alla prova certezze che sembravano consolidate. Il vino, nel suo caso, non nasce da una vocazione originaria. Diventa una scelta costruita giorno dopo giorno, dentro la responsabilità di portare avanti qualcosa che altri avevano iniziato.
Per Carlotta Carminati, dell’azienda aMaccia di Ranzo, in Valle Arroscia, il vino coincide con una storia familiare che attraversa quattro generazioni di donne. Il territorio da cui proviene racconta una Liguria diversa da quella più nota, lontana dalla costa e profondamente legata all’entroterra agricolo.

Nel suo intervento non c’erano particolari rivendicazioni. C’era il racconto concreto di un mestiere che richiede studio continuo. L’agricoltura, ha ricordato, non concede automatismi. Ogni stagione pone domande diverse e costringe a rivedere conoscenze che sembravano acquisite. La continuità familiare passa anche da questa disponibilità a ricominciare.
Tommaso Petacchi, dell’azienda Giacomelli di Castelnuovo Magra, porta sul palco un’energia diversa. Si percepisce nel modo in cui parla, nella sicurezza con cui espone le proprie idee, nella volontà di affermare una visione personale senza trasformarla in una contrapposizione.

La formazione agronomica gli ha fornito gli strumenti per costruire un percorso autonomo all’interno di una realtà già consolidata. Da questa consapevolezza nasce anche la scelta di sviluppare una propria linea produttiva, affiancandola alla storia dell’azienda di famiglia. Non una presa di distanza, ma la convinzione che la continuità possa esprimersi anche attraverso interpretazioni nuove. Nel suo intervento si coglie la volontà di contribuire a una storia esistente aggiungendo un capitolo personale.
Anche Mirko Capellini, della Cantina Capellini di Volastra, nelle Cinque Terre, affronta il tema dell’eredità partendo da un’esperienza diversa. La sua famiglia coltiva questi terrazzamenti da generazioni, in uno dei paesaggi viticoli più complessi e fragili d’Italia. Il percorso che lo ha riportato in azienda passa però attraverso il mondo digitale.

Durante il confronto ha introdotto uno dei temi più delicati per il vino contemporaneo: la comunicazione. Non come esercizio promozionale, ma come capacità di rendere visibili persone, luoghi e progetti che rischiano di restare confinati entro i propri limiti geografici. La digitalizzazione, nella sua esperienza, rappresenta uno strumento per costruire relazione e trasmettere valore, permettendo a territori piccoli e complessi di dialogare con un pubblico più ampio.
A differenza di quanto il titolo dell’incontro poteva far immaginare, l’età finiva quasi sullo sfondo: le storie ascoltate parlavano di altro, di responsabilità, appartenenza, perdita, studio, desiderio di costruire una propria strada in una Liguria del vino che non concede scorciatoie, fatta di pendii, frammentazione fondiaria, piccoli appezzamenti, muretti a secco e una viticoltura che spesso richiede uno sforzo fisico ed economico superiore rispetto ad altre aree produttive.
Linda avrebbe potuto lavorare nella comunicazione. Federica aveva già una professione. Tommaso avrebbe potuto limitarsi a seguire un percorso già tracciato. Mirko aveva costruito competenze altrove.
Eppure tutti, per ragioni diverse, sono tornati o rimasti lì, nei Colli di Luni, in Val Petronio, in Valle Arroscia, nelle Cinque Terre, ognuno con il proprio sguardo, ognuno con competenze maturate lungo percorsi differenti, ognuno con l’idea che la continuità non significhi necessariamente ripetere. Se il vino ligure continuerà a cambiare, probabilmente sarà anche attraverso questi contributi. Non perché cancellano ciò che li ha preceduti, ma perché aggiungono qualcosa che prima non c’era.






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