In un tempo che archivia tutto e conserva poco, raccogliere novanta testimonianze in un volume assume il valore di una scelta precisa. Non per nostalgia, né per una sfiducia nel digitale, piuttosto per la consapevolezza che alcune trasformazioni, per essere comprese davvero, hanno bisogno di essere osservate nel loro insieme.
È da questa esigenza che nasce “Vino, Donna“, il libro di Chiara Giorleo presentato l’11 giugno scorso nell’ambito del Salone della Dieta Mediterranea alla Stazione Marittima di Napoli. Un progetto costruito nell’arco di oltre cinque anni attraverso interviste a produttrici, enologhe, giornaliste, degustatrici, comunicatrici e professioniste che, da prospettive diverse, hanno accompagnato l’evoluzione del vino italiano contemporaneo: da Albiera Antinori, presidente di Marchesi Antinori, a Donatella Cinelli Colombini, tra le pioniere dell’enoturismo italiano, fino a Stevie Kim, protagonista dell’internazionalizzazione del racconto del vino attraverso Vinitaly, e Cristina Mercuri MW, prima donna italiana a conseguire il titolo di Master of Wine.
Le conversazioni erano già state pubblicate online, il libro arriva dopo, quando una sequenza di incontri, esperienze e racconti individuali si trasforma in qualcosa di diverso, una fotografia collettiva capace di restituire profondità a un cambiamento che attraversa il settore da decenni.
A guidare il confronto è stata la giornalista Diana Cataldo, che ha inserito il volume all’interno di una riflessione più ampia sul ruolo delle donne nella società contemporanea e sulle trasformazioni che hanno interessato il mondo del vino. Un cambiamento che riguarda non soltanto la presenza femminile nelle aziende, ma anche il modo in cui il settore si racconta, si organizza e interpreta il proprio tempo.
Il tema della memoria ha attraversato gran parte della discussione. Luciano Pignataro, editore del volume, ha ricondotto la nascita del progetto all’esigenza di sottrarre alla volatilità del web un patrimonio di testimonianze raccolte negli anni e consegnargli una forma più stabile. Nelle sue parole è affiorata anche la soddisfazione di vedere consolidarsi una nuova generazione di professioniste che hanno costruito percorsi autonomi e riconosciuti e non hanno bisogno di protezioni o investiture esterne per affermare il proprio ruolo.
Accanto a questa riflessione è emerso il valore della continuità generazionale e del legame tra imprese, famiglie e territori. Un aspetto richiamato anche da Giovanni Amodio di Latteria Sorrentina, che ha sostenuto il progetto editoriale, riconoscendo nelle storie raccolte da Giorleo elementi comuni a molte realtà dell’agroalimentare italiano: la responsabilità verso ciò che si eredita, il lavoro quotidiano necessario per conservarlo e la volontà di trasmetterlo a chi verrà dopo.
La conversazione si è poi concentrata sul tema che attraversa l’intero volume: il ruolo delle donne nel vino, non come presenze marginali ma come protagoniste di una trasformazione che oggi può apparire naturale proprio perché è avvenuta. Le novanta voci raccolte da Chiara Giorleo compongono una sorta di archivio umano del vino italiano contemporaneo. Tra le pagine emerge una realtà che per lungo tempo è rimasta sullo sfondo con molte donne che hanno esercitato responsabilità gestionali, amministrative e produttive ben prima che queste venissero riconosciute pubblicamente.
Un aspetto richiamato anche da Gilda Guida, delegata campana dell’Associazione Nazionale Le Donne del Vino, che ha ricordato come per anni numerose professioniste abbiano custodito aziende, competenze e responsabilità senza che il loro ruolo fosse percepito all’esterno nella sua effettiva portata. Hanno guidato aziende, custodito patrimoni familiari, introdotto innovazioni, costruito relazioni commerciali e culturali. Non una presenza accessoria, dunque, ma una componente strutturale dell’evoluzione del comparto.
In questa prospettiva il libro evita la retorica delle quote rosa e sceglie una strada diversa: lasciare spazio alle storie. Sono le esperienze individuali a restituire la misura del cambiamento, mostrando come il contributo femminile abbia inciso sulla produzione, sulla comunicazione, sull’accoglienza, sulla formazione e sulla costruzione di nuovi modelli professionali. Nel leggere il volume, Guida ha riconosciuto il valore di un racconto corale capace di trasformare esperienze individuali in memoria collettiva, offrendo alle nuove generazioni non modelli precostituiti ma percorsi concreti attraverso cui osservare l’evoluzione del settore.
Anche la prefazione firmata da Jane Hunt si inserisce in questa lettura. Tra le prime donne al mondo a conseguire il titolo di Master of Wine, Hunt ricorda episodi che oggi possono apparire lontani ma che aiutano a comprendere la rapidità con cui alcune dinamiche sono cambiate. La sorpresa di trovare una donna dietro un ruolo considerato maschile, il riconoscimento delle competenze dato per scontato agli uomini e meno alle donne, la difficoltà di accedere a determinati livelli di responsabilità. Esperienze che appartengono alla memoria recente del settore e che rendono ancora più evidente la distanza percorsa.
La presenza femminile nel mondo del vino non rappresenta più una novità. Basta osservare la varietà dei profili raccolti nel volume. Eppure, dal confronto è emersa una consapevolezza condivisa. Il cambiamento non coincide necessariamente con il superamento di tutti gli ostacoli. Il riconoscimento delle competenze, la presenza nei ruoli apicali e la rappresentanza nei luoghi decisionali restano questioni aperte, non come terreno di contrapposizione, ma come parte di un percorso che continua a evolvere.







Lascia un commento